FINESTRE CHIUSE (Il romanzo, il film)



"L'uomo uscì sul piazzale dell'aeroporto di Sant'Egidio alle dieci e mezzo di sera. Il vento gelido di novembre lo fece rabbrividire. Diede un'occhiata all'auto della Polizia ferma davanti all'entrata. Strinse forte la maniglia della ventiquattrore e si infilò nel taxi bianco che lo aspettava con il motore acceso.
Gubbio, Via Savelli. 
Riuscì a rilassarsi solo quando le luci della E45 scomparvero alle sue spalle, inghiottite dal buio dello specchietto retrovisore."

Avrete senz'altro riconosciuto l'incipit di "Finestre chiuse". Il personaggio era, naturalmente, il medico di Torino, il poveraccio pieno di guai, che - prima di fare la fine che ha fatto - ne ha dovute passare quante ne ha volute. Tutta la mia fortuna si basa su queste poche, scontate righe. Un equivoco colossale - è proprio il caso di dirlo - tra me, il mio Agente ed il Produttore. Quattro parole in croce buttate giù per riprodurre lo stile degli amati gialli scandinavi, all'apice della mia crisi creativa.


IL MIO SERVITORE (Il primo incontro)

Il nostro primo incontro avvenne poco più di due anni fa, al Castello di Monterado.  

                                                                                               © Castello di Monterado

Si era avvicinato al termine di una mia conferenza ed aveva aspettato paziente il lento diradarsi del solito gruppetto di partecipanti che ogni volta, alla fine, vogliono salutarmi. Quel pomeriggio poi, con mia grande sorpresa, era venuta da Gubbio anche la Cristina V. - una delle ultime persone al mondo che mi sarei aspettata di vedere in quel contesto -, per cui ero particolarmente toccata e disponibile. 
A dire il vero, io lo avevo notato da prima, seduto tra il pubblico. Non aveva l'aria attenta di attesa degli altri, né l'espressione commossa che spesso li invade quando finalmente capiscono il senso. Semplicemente: guardava.
Saprete già di queste conferenze che tengo in giro per l'Italia, in cui spiego come ho fatto a passare - letteralmente, nel giro di una notte - dalla disperazione più nera al successo di oggi. Le persone pagano 100€ per sentirmi raccontare una storia che conoscono benissimo e che possono trovare in decine di video su YouTube. Ma è chiaro che, ad essere lì, devono ricevere qualcosa di diverso, altrimenti non si spiega la richiesta continua di incontri che riceviamo ogni giorno. Con il mio Agente le condizioni sono state chiare fin da subito: un solo incontro al mese. E al massimo 300 persone.


© Castello di Monterado
Quel pomeriggio, dunque, io vidi colui che sarebbe divenuto il mio servitore avvicinarsi e - chissà perché - non mi sorprese sentirlo chiedermi: "Vorrei parlarle. Dove possiamo andare?".

IL MIO SERVITORE

Il mio servitore è un uomo molto taciturno. Arriva ogni sera poco prima delle venti, si siede in anticamera nell'angolo della stufa e aspetta paziente che sia io a chiedere a Valeria di farlo entrare da me, per il resoconto della giornata. So molto poco di lui. So che si chiama Umberto (naturalmente, conosco anche il cognome). E' di Savona. Ha 58 anni. E' alto più o meno quanto me. E' un po' fuori forma. Porta i capelli raccolti in una coda dietro la nuca. Indossa prevalentemente jeans e un giubbotto di pelle nera.
A Gubbio vive in un monolocale in Via Piccardi,

                                                                                                                         © by Rosanna Allegrucci

dove non sono mai stata. Non sembra avere amici o relazioni. Non ha mai detto di conoscere qualcuno. E' lui che mi porta la maggior parte delle storie che racconto. Ed è lui ad esigere di essere chiamato servitore.




...fine...


http://www.youtube.com/watch?v=MQB15iuukCc

Come detto, il Direttore stanotte è venuto a bussare alla mia porta. Mi ha chiamato a voce bassa. Una sola volta. Poi, l'ho sentito allontanarsi. Stamattina, a colazione, abbiamo ricominciato a parlare. Poche, prudenti parole. E due fette di torta di ciliegie per me.
Alle 11.00, chiediamo all'autista di Arnaldo di lasciarci in Piazza Quaranta Martiri. Il Direttore di Dogana è un eugubino che vive lontano da molti anni. E' ancora dell'idea che il luogo migliore per fermarsi a parlare sia sotto l'Orologio.
Se gli ho fatto male, ieri sera, non lo dà a vedere. E' quasi dolce, adesso. "Ho riflettuto sul dolore, stanotte. Volevo dirle: il dolore mi tiene vivo. Mi stringe talmente forte, insieme alla speranza, che non li distinguo neanche più. E' tutto ciò che ho. Non voglio smettere di soffrire, non voglio smettere di sperare. Non voglio vedere il giorno in cui mi alzerò e tutto sarà passato. Non voglio pace. Ha capito?". Grida sottovoce, vibra. Si accorge che mi distraggo. Si calma. "Mi scusi. Continuo ad annoiarla". 
Sto per chiedergli: "Dove crede che le trovi, le mie storie?". Ma non c'è tempo. "La donna che è appena passata... Ha vissuto una storia come la sua. Nell'altro ruolo". "Davvero? E' una sua amica?". "No. Non ha visto che non ci siamo salutate?". "E allora, come lo sa?". 
Come lo so?

...continua (3)...

Il Direttore fissa le foglie di crema che decorano il bordo del piatto. “Non c’è stato neanche un giorno, in cui io non l’abbia pensata. Pensata come amore, intendo. Piegato in due, dentro. Gridando ‘amore’, dentro!...”. 
Deve rendersi conto della mia espressione spaventata. Si calma subito. Si affretta a dire: “Non so perché le stia raccontando queste cose”. “Forse... Leggo spesso i suoi racconti. Ne sto approfittando...”. “La verità è che vivo schiacciato su un piano inclinato. Basta qualcosa che mi sfiori e scivolo giù...”. “Se solo Lei... Ma sembrava amarmi moltissimo...”. “Se mi avesse amato davvero, non ci saremmo persi". "Non riesco a pensare ad altro che a questo. Se mi avesse amato davvero, non ci saremmo mai persi”.
Lo faccio di nuovo. E so anche perché. Il pianista ha attaccato una versione straziante di “Autumn Leaves”. Mi sta incalzando. “Perché non è restato con Lei?”. Sanguinava già. Continuo ad infierire. “O ha lasciato che le cose andassero così, perché ha pensato che questo dolore fosse più sopportabile delle conseguenze?”. 
Non risponde. Non c’è da rispondere. Non è una grande intuizione, la mia. E’ solo la parafrasi di quello che ha già detto lui. Arnaldo si alza e si avvicina.

...continua (2)...

Non ci va. Nessuno lo richiama. Il container sarà riapparso in qualche punto del porto. Lei non vive lontano. L'armatore è il marito. E' gentile, spontanea, non dà l'idea di annoiarsi. Reagisce docile ad ogni iniziativa del Direttore.
E' quasi ora di cena quando, dalla barca, un marinaio viene a prenderla. Il Direttore si sorprende a dominare una ingiustificabile sensazione di inaccettabilità. Più tardi, solo, davanti alla finestra, si congratulerà con sé stesso per avere avuto la prontezza d'animo di darle un biglietto da visita. L'imboccatura del porto ora è illuminata a giorno. Stringe al caldo nel cavo della mano il biglietto che Lei gli ha dato, inaspettatamente, in cambio e pensa "Che fortuna".
Sposta con la forchetta nella salsa minuscoli pezzi di carne. Scuote la testa, fa una smorfia dolorosa. Presumo sia la rappresentazione mimica di ciò che non può profanare con il racconto. Infatti dice solo "Una vita...". Sento lo sguardo di Arnaldo su di me, ma non mi volto. Può aspettare ancora un po', prima di sapere che il capretto del suo cuoco era commovente.
Adesso il Direttore mangia. Srotolare i veli di zucchine marinate agli agrumi dai ventaglietti croccanti di grana fuso lo tiene impegnato per qualche minuto.
"Da quanto non c'è più?". "Da un anno, quasi... E' stata colpa mia. Ho agito come un pazzo. Le ho chiesto ancora un po' di tempo il giorno in cui Lei ha tagliato con la sua vita, dopo che avevo minacciato di lasciarla, perché non lo faceva".
Affondo il cucchiaio nella cocotte di crema al rabarbaro. Lo zucchero a velo nasconde una sfoglia sottile di meringa rosa. Cocciuta, ostinata, guardo il Direttore e continuo ad ignorare Arnaldo.

...continua (1)...


Poche, preziose cucchiaiate di crema bianca al tartufo nel piatto. Arnaldo è un sadico. Ascolto, annuisco, sorrido. I figli, la moglie, il lavoro, per il quale prova "Ancora, non lo crederà" intenso entusiasmo... "Perché non dovrei crederle?"
Mi avvicina, delicato, il telefono. Con il dito, scorre le foto. Sembrano recenti, c'è molto sole: lui al porto, lui con la moglie, lui con i figli... Non è da me. Non dico mai alle persone cose del genere, ma, insomma, noto stupidamente a voce alta che, in tutte, lui ride, ma gli occhi restano seri (in realtà volevo dire "spenti". Per fortuna mi è uscito "seri"). E' un po’ colpito, tiene botta "Eh, sì... Forse. Sì". Fissa lo schermo del telefono, lascia freddare la crema nel piatto, si perde. 
Arriva il capretto lucano in salsa di porcini. Che dire... Incrocio per un attimo lo sguardo di Arnaldo, che annuisce, anche lui, alla  Curatrice della Mostra Sperandiana, ma guarda trionfante verso me.  Mi dimentico, davvero mi dimentico del Direttore di Dogana, seduto lì accanto. Poi lo sento dire piano: "Mi sono lasciato trafiggere dall’amore." Alzo gli occhi. E' un altro, è un uomo. 
La storia è quella di una barca in avaria attraccata in emergenza nel canale di ormeggio dei rimorchiatori. E’ Novembre, fa freddo. La Signora accetta un caffè nell’ufficio del Direttore. Che stia succedendo qualcosa, nella sua vita, lo capisce dal fatto che la notizia che arriva, di un container presente sui documenti, ma apparentemente scomparso dal terminal, gli scivola addosso. Anzi, sorride. Questo ricorda, che sorride, mentre guarda verso l’imboccatura del porto dietro ai vetri e dice al telefono "Tra un momento arrivo."

Il Direttore di Dogana


Il Direttore di Dogana ha bussato alla porta della mia camera verso le due, stanotte. Non so cosa volesse, non ho risposto, ho finto di dormire. A colazione, nessuno dei due ha accennato alla cosa. Ieri sera eravamo seduti vicini, a tavola.
Arnaldo mi invita sempre a San Cipriano, quando ha qualche ospite con cui non ha voglia di stare a parlare. Per quel che mi riguarda, non rinuncerei mai a una delle sue serate. Non mi importa se non c’è qualcuno di interessante, l’atmosfera della sala da pranzo vale già il viaggio. E anche il resto lo vale, certo. Certo.
Il Direttore di Dogana, dunque, ieri sera. Non era sembrato che si fosse accorto di me, all’inizio. Qualche complimento formale ai miei ultimi racconti, qualche apprezzamento sulle ostriche al gratin. Molta, molta concentrazione mia sulle ostriche al gratin... Poi, gliel’avevo dovuto dire: c’era stato un tempo in cui avevo  odiato le bollette doganali. Anni fa, mi era toccato per mesi di scovarne, riordinarne ed archiviarne a mazzi. Scatole piene di buste con le copie dei fogli bianchi e verdi di ritorno dagli scali merci di tutto il mondo. Ci avevo passato un’estate intera; era il periodo in cui lavoravo come Corrispondente Commerciale nell’Ufficio Estero di un’azienda del lusso umbra. 
Bollette. Il grado zero delle attività doganali. Ma un’autorità portuale non è Autorità Portuale per niente. E così, eccomi a figura intera nella messa a fuoco del Direttore.