"L'uomo uscì sul piazzale dell'aeroporto di Sant'Egidio alle dieci e mezzo di sera. Il vento gelido di novembre lo fece rabbrividire. Diede un'occhiata all'auto della Polizia ferma davanti all'entrata. Strinse forte la maniglia della ventiquattrore e si infilò nel taxi bianco che lo aspettava con il motore acceso.
- Gubbio, Via Savelli.
Riuscì a rilassarsi solo quando le luci della E45 scomparvero alle sue spalle, inghiottite dal buio dello specchietto retrovisore."
Avrete senz'altro riconosciuto l'incipit di "Finestre chiuse". Il personaggio era, naturalmente, il medico di Torino, il poveraccio pieno di guai, che - prima di fare la fine che ha fatto - ne ha dovute passare quante ne ha volute. Tutta la mia fortuna si basa su queste poche, scontate righe. Un equivoco colossale - è proprio il caso di dirlo - tra me, il mio Agente ed il Produttore. Quattro parole in croce buttate giù per riprodurre lo stile degli amati gialli scandinavi, all'apice della mia crisi creativa.